Post-verità: Non dimentichiamo Kant e Schopenhauer

 

Chi si dispera per quello che percepisce come un avvento della post-verità, farebbe bene a studiare gli autori classici da cui si è sviluppato il nostro pensiero contemporaneo (e di cui non sembra avere grande competenza). Mi riferisco in primo luogo a Kant e Schopenhauer.

I due filosofi del movimento romantico-psicologico, assai critici nei confronti del movimento illuminista-scientifico, ci hanno sempre ricordato che la nostra percezione del mondo è molto più attiva che passiva. In altre parole: noi costruiamo il mondo molto più di quanto lo registriamo.

Il concetto principale è che la verità, di per se stessa, non esiste più di quanto esista la non-verità (o la post-verità o la quant’altro-verità o simili). La nostra visione del mondo è sempre in primo luogo una rappresentazione del mondo.

Ricordo che, secondo Kant: la realtà (noumeno) anche ammesso che esista, non può essere conosciuta direttamente dalla mente umana, che certo se la può immaginare con la fantasia ma senza poterla afferrare materialmente. La nostra realtà è semplicemente la nostra esperienza diretta e personale delle cose così come ci appaiono (fenomeno).

Ricordo che, secondo Schopenhauer: il nostro rapporto con il mondo è fatto esclusivamente di volontà (emozione) e di rappresentazioni (cognizione).

Giusto per sintetizzare questo tema assai complesso in due semplici quanto classiche citazioni, nel contesto del presente promemoria: per Kant “delle cose conosciamo soltanto ciò che noi stessi vi mettiamo”; mentre per Schopenhauer  “il mondo è la mia rappresentazione”.

In conclusione: l’ipotetico avvento della post-verità sarebbe forse un problema se la verità fosse mai esistita, almeno once upon a time.

Mentre, per chi crede nella rilevanza della soggettività (della volontà e della rappresentazione) non c’è mai stata una contrapposizione fra verità-realtà e non-post-realtà-verità, ma solo (eventualmente) una dialettica costante tra molte e diverse forme di apparenza.

 

 

 

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